Un anonimo ha affisso davanti all’aula bunker sette fogli con un appello ai cutresi con il quale vorrebbe delegittimare la portata dell’inchiesta scoppiata nel 2015.

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REGGIO EMILIA. Sette fogli a quadretti come quelli che usano i bambini a scuola, con i margini a lato, scritti in corsivo, numerati in alto e incorniciati da un grande cartellone giallo, pieni zeppi di invettive contro il processo Aemilia. Sono stati incollati presumibilmente venerdì sera sulla bacheca comunale per le affissioni pubbliche posizionata di fronte al tribunale di Reggio Emilia. Lì, a pochi passi, c’è l’aula bunker dove è stata da poco celebrata la prima udienza del processo Aemilia contro il radicamento della ’ndrangheta nel Reggiano, sorvegliata giorno e notte dai militari dell’esercito.

Il cartellone vorrebbe essere un «appello a tutto il popolo italiano» che poco dopo diventa un «appello a tutti i cutresi e tutti i calabresi» firmato da un anonimo («Sottoscritto nessuno, ma un giorno mi svelerò») che chiude con un monito: «Onore al nostro credo» e un’immagine sacra ritagliata che raffigura il Dio cristiano.aemilia2

L’anonimo ha scritto questa «Lettera di un calabrese» – così riporta in testa al primo foglio – muovendo un attacco diretto all’impianto dell’inchiesta Aemilia il cui processo si svolge nell’aula distante pochi passi: «Ci sono 250 cutresi che sono accusati appartenenti alla ’ndrangheta – scrive tentando di legittimare l’inchiesta – Su questi 250 imputati ci possono essere dai 20 ai 30 appartenenti alla ’ndrangheta che io stesso chiamo feccia».

Gli altri imputati, minimizza successivamente, non sarebbero invece a conoscenza di quei reati bensì colpevoli di altri misfatti: «Usura e evasione fiscale – dice – ma allo stesso tempo sono grandissimi lavoratori». Reati, questi ultimi, commessi a suo dire anche dai reggiani.

Un distinguo che vorrebbe porre un argine tra i capi del clan e la manovalanza finita nel più grande processo per mafia mai celebrato in Emilia-Romagna, in favore a quanto pare dei cutresi: «Siete 12mila residenti e abitanti nel Reggiano ma siete uno contro l’altro». Il resto della lunga lettera affissa in via Paterlini diventa uno sfogo contro l’Islam e gli immigrati rivolto con disprezzo verso i reggiani, frasi in parte già udite in aula durante la prima udienza per bocca di un imputato, Francesco Amato, che è stato poi allontanto .

«Avete sviluppato l’economia di Reggio Emilia – continua lo sfogo – ma come siete venuti ve ne dovete andare» perché «se oggi hanno fatto 250 arresti, domani ne faranno minimo 500». Poi la chiamata alla protesta collettiva di tutta la comunità con il blocco dell’autostrada o della via Emilia.

Infine uno sproloquio religioso, che tira anche in ballo i nomi dei dirigenti del carcere di Reggio Emilia, il procuratore antimafia Nicola Gratteri e celebra i vecchi «uomini d’onore»: boss come Giuseppe Piromalli, Antonio Macrì, Tano Badalamenti. In serata sono intervenuti i carabinieri del comando di Reggio Emilia.

Installatore elettrico ed elettronico da sempre.. appassionato di tecnica , elettronica , informatica e di tutto ciò che si può considerare tecnologicamente avanzato.

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